La vita segreta di un abito

    La vita segreta di un abito

    Ma quanto tempo vive un abito? Nel nostro immaginario a lungo.

    Chi di noi non ha sognato almeno una volta di indossare il celebre tubino nero (firmato da Givenchy) reso immortale da Holly Golyghthly (Audrey Hepburn) in “Colazione da Tiffany” o di essere chic come la stagista Andy, protagonista de “il diavolo veste Prada” ? Un po’ tutte ovviamente. Stregate dal fascino dell’abito perfetto e senza tempo. Ma è davvero così? O anche gli abiti hanno la loro data di scadenza? Nell’era del consumismo è diventato difficile stabilire le aspettative di vita di un capo perché molti, sono i fattori che ne determinano la permanenza, a volte legati alla qualità di quello che compriamo, a volte anche solo ad un ricordo (più o meno felici). Gli ultimi studi dicono sei mesi, se è un capo alla moda, come da calendario di sfilata e da normale ciclo di vita di un capriccio. Due, se si tratta di una maglietta “fast- fashion”. Qualche anno se si acquista un “grande classico della moda”. Decenni, se è legato ad un ricordo particolarmente caro. O magari esistenze plurime e bizzare, se diventa qualcosa d’altro per qualcun altro. Ed è sul tema del riciclo che stanno investendo le grandi catene di negozi di tutto il mondo: occorre portare il proprio abito dismesso in uno dei punti vendita per poi, ottenere un buono sconto sui prossimi acquisti. Basti pensare che in Italia, un abitante produce, ad ogni cambio di stagione, circa 4 kg di abiti smessi per un totale di 80 mila tonnellate che, raccolte, in modo razionale, produrrebbero un risparmio annuo, nei costi di smaltimento dei rifiuti urbani, di circa 36 milioni di euro. In più i capi, correttamente smaltivi ovvero quelli che si trasformano nuovamente in materia prima, creano un ulteriore risparmio, abbassando i livelli di produzione dell’anidride carbonica (CO2): un chilo di abiti smessi può ridurre le emissioni di 3,6 kg di CO2 e di seimila litri il consumo d’acqua.

    Non da ultimo anche le star riciclano i loro look, ovvero indossano lo stesso abito in occasioni diverse (cosa che noi “comune mortali” facciamo ormai da tempo!). Madrina d’eccezione la gran duchessa di Cambridge, Kate Middleton, che più di una volta ha stupito la stampa di tutto il mondo sfoggiando lo stesso abito in occasioni diverse. Tuttavia, il “solito” vestito acquista un’aria totalmente nuova con piccoli accorgimenti: basta mettere o togliere una cintura, cambiare borsa o cappellino, aggiungere una collana o un foulard. Perché è inutile negare che esistono quegli abiti che conserviamo da anni nell’armadio, che hanno una sorta di potere magico, che ritroviamo, anche a distanza di anni, quando li indossiamo nuovamente e dei quali nessuna di noi è in grado di separarsi. Ed è proprio di questi abiti che ci parla il romanzo “Atlante degli abiti smessi” di Elvira Seminara (edito Einaudi Editore). Nel corso del libro la protagonista elenca svariate (e simpatiche) categorie di vestiti che ogni donna possiede nel proprio armadio. Ci sono quelli “elfi, che non trovi in nessun posto quando li cerchi”, e quelli “impostori, che sono costati parecchio, ma non hanno portato la fortuna promessa.” E ancora vestiti “uccelli di Hitchcock: spalanca l’armadio e falli volare via”, quelli “sopravvissuti che hanno retto anche ai peggiori addii”, ed infine quelli che hai paura a rimettere “perché quel giorno sei stato felice” e non vuoi rovinarne il ricordo. Nel romanzo di Elvira Seminara c’è il guardaroba di ognuno di noi, pieno di aspettative e di fallimenti, di delusioni e di momenti felici, di occasioni perse e di nuovi amori ancora da indossare.

     

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