Al posto di Marta Russo doveva essere uccisa una ragazza messinese?

    Al posto di Marta Russo doveva essere uccisa una ragazza messinese?

    Al posto di Marta Russo, quella mattina del 9 maggio 1997, sul viale dell’Università “La Sapienza” di Roma, doveva morire una ragazza messinese di 26 anni, iscritta al terzo anno fuori corso di Giurisprudenza.  Lo sostiene Vittorio Pezzuto, giornalista e scrittore, nel suo libro “Di sicuro c’è solo che è morta”. Pezzuto ha passato al setaccio gli otto faldoni dei documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambientali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’assise), lanci d’agenzia ed articoli su un caso di cronaca che scosse l’opinione pubblica nazionale. Esattamente 20 anni fa, all’università romana “La Sapienza” una pallottola colpì alla testa la studentessa 22enne Marta Russo che morì quattro giorni dopo. Dell’omicidio furono accusati Giovanni Scattone, dottorando in giurisprudenza, e il suo collega Salvatore Ferraro che furono condannati nei diversi gradi di giudizio.
    Ma Pezzuto racconta una verità lontana da quella venuta fuori dal processo.
    La ragazza messinese era facilmente confondibile con Marta Russo: aveva stessa lunghezza e colore dei capelli, stessa carnagione chiara, stesso sguardo, altezza e corporatura molto simili. E, a differenza di Marta, un movente per l’omicidio ci sarebbe stato: una vendetta trasversale contro il padre, un imprenditore che aveva denunciato per estorsione e usura i mafiosi che gli avevano tolto tutto, impossessandosi dei suoi due supermercati. Tra l’altro, la ragazza avrebbe parlato dei suoi sospetti ai magistrati in una deposizione raccolta l’1 luglio 1997. Ma i due pubblici ministeri romani che, però, non si convincono della tesi. La ragazza e il padre, allora, si rivolgono anche al sostituto Carmelo Petralia, alla Procura di Messina. “I boss ci hanno rintracciato anche a Roma” gli dicono. “Per l’agguato potrebbero aver scelto l’Università dove quasi ogni giorno io percorrevo lo stesso tragitto fatto da Marta”. Il verbale, però, inoltrato alla Procura di Roma competente sul caso e viene archiviato.

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