Intervista a Simonetta Agnello Hornby, scrittrice di Sicilia

    Intervista a Simonetta Agnello Hornby, scrittrice di Sicilia

    Andrea Camilleri ne ha parlato così: “l’energia vitale di Simonetta Agnello Hornby è un tutt’uno con l’energia trascinante della sua scrittura”. Una definizione certamente azzeccata, dal tenore di una vera e propria “investitura, che esprime con immediatezza l’essenza della personalità dell’autrice nata a Palermo e “trapiantata” a Londra da molti anni. Un successo letterario crescente e un sincero affetto del pubblico l’hanno condotta ad essere uno dei punti di riferimento del romanzo contemporaneo e, in particolare, di quel peculiare genere legato al racconto della Sicilia e dei siciliani. Dall’esordio nel 2002 con La mennulara, passando, tra gli altri, per Il veleno dell’oleandro e Caffè amaro, fino a giungere all’ultima fatica Nessuno può volare, Simonetta Agnello Hornby ha dato voce a personaggi dai tratti romantici, malinconici, passionali; in buona parte figure legate all’Isola, è vero, ma anche modelli di donne e uomini presenti nella realtà odierna di ogni contesto sociale. Un’attività, quella letteraria, alla quale è peraltro giunta dopo aver maturato una vasta e significativa esperienza nel campo giuridico proprio in Inghilterra e soprattutto a Londra, dove ha svolto la professione di avvocato, dando vita allo studio legale “Hornby&Levy”, presso il quartiere londinese di Brixton.
    La scrittrice è stata ospite del Liceo “G. B. Impallomeni” di Milazzo e del Liceo “Sciascia-Fermi” di Sant’Agata di Militello”; inoltre, non per la prima volta, si è recata presso la Libreria “Capitolo 18” di Patti per un incontro con i lettori, essendo ormai affezionata al titolare di quest’ultima, Teodoro Cafarelli, sempre attivo nel campo della promozione della cultura letteraria. Nell’occasione ha risposto ad alcune nostre domande, inevitabilmente ispirate al rapporto dell’autrice con la terra natia.
    – Quando è lontana dalla Sicilia, cosa Le manca di più della Sua terra d’origine?

    Tra le altre cose, mi manca Monte Pellegrino a Palermo, perché è la mia montagna, il mio punto fermo. Ma del monte possiedo un quadro: ogni tanto lo guardo e, in questo modo, mi passa la nostalgia.
    E’ stato difficile, come donna, lasciare la Sicilia a circa vent’anni, per recarsi in una realtà così diversa e distante?
    – Ho lasciato la Sicilia perché ero innamorata e, per questo motivo sono stata “ben contenta” di andare via. Il desiderio era quello di stare con mio marito. Fu un caso eccezionale.
    Ci parla del suo ultimo libro, “Nessuno può volare”?
    E’ un testo che ho scritto insieme a mio figlio George, il quale è affetto dalla sclerosi multipla primaria progressiva. Racconta della sua malattia e di come all’interno della mia famiglia l’abbiamo vissuta e, ancora, degli “imperfetti”, come dice mio figlio. Raccontiamo anche della nostra esperienza vissuta con Rai Tre e Laeffe, viaggiando e filmando attraverso l’Italia. Abbiamo avuto modo di notare come l’Italia stessa si prende cura dei malati come mio figlio. A volte lo fa bene, altre volte no.
    Le donne sono spesso protagoniste dei suoi libri. I personaggi descritti possono essere uno strumento di percezione dei mutamenti sociali?
    Non potrei affermarlo con precisione, in particolare per il fatto che non ho scritto romanzi contemporanei. Quello che è più caratterizzato da questi elementi rispetto ad altri miei libri è, forse, Boccamurata, nonostante anche questo testo sia ambientato in tempi passati. In fondo, credo che i romanzi restino romanzi e non ritengo che, in questo senso, possano essere ritenuti come uno strumento per interpretare i cambiamenti sociali.
    Quali esperienze vorrebbe ancora vivere come scrittrice?
    Beh, certamente mi mancano ancora tantissime esperienze, perché la vita è tutta da conoscere. In modo particolare, mi piacerebbe scrivere dei gialli, in parte anche ispirati a storie vissute dai miei clienti. Ma, per adesso, non si sa!
    La Sicilia vista da fuori?
    Dipende da dove la si guarda. Vista dall’Inghilterra, è considerata come un paese di cultura ed “esotico”; la parola mafia, purtroppo, c’è sempre, in vari contesti. Invece, è più complesso per me definire o inquadrare la Sicilia osservandola dal resto dall’Italia; forse, rispetto a tempi passati, fa più parte di quest’ultima. Vorrei sottolineare che la Sicilia, vista dall’estero, è considerata con grande ammirazione per ciò che abbiamo fatto con riferimento ai rifugiati che giungevano fino a Lampedusa, in particolare per quelli spinti da ragioni economiche.

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