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Gianfranco Passalacqua: “La libertà è come l’aria. E io la difendo”

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Gianfranco Passalacqua, avvocato,  coordinatore master di II livello in diritto dell’ambiente “La Sapienza – Università di Roma “

Una premessa appare necessaria.
Scrivo da giurista, che ha scelto di occuparsi professionalmente del funzionamento del potere organizzato, e che ha anche l’onore e l’onere di formare futuri operatori del diritto.
Scrivo anche da cittadino, titolare di diritti e libertà, di obblighi e doveri sanciti nel patto costituzionale posto a fondamento della nostra convivenza civile.
Non entro, per evidente senso della misura e del limite, nelle questioni medico-scientifiche connesse alla emergenza che stiamo vivendo.
Segnalo solo la articolata pluralità e talora contraddittorietà delle posizioni che emergono nell’ambito della comunità scientifica, con scontri che appaiono fuori misura, e la conseguente diversificazione delle misure proposte ed adottate dalle autorità di governo (dal lockdown assoluto come in Italia per arrivare a misure ispirate alla riduzione del danno come in Svezia, Paesi Bassi, Islanda).

E’ noto che la scienza adotta un metodo sperimentale per giungere a verità, sempre fallibili, e quindi la pretesa di certezza, che si alza impropriamente da talune parti, costituisce, in questo peculiare frangente, un ossimoro logico.

Si lasci quindi alla comunità scientifica e medica il compito – fondamentale – di giungere – attraverso il metodo sperimentale – ad evidenze condivise il più largamente possibile, e ringraziamola per l’impegno quotidiano ed eroico profuso, insieme a tutti gli operatori del sistema sanitario, nelle attività di assistenza, cura, ricerca.

Il ruolo degli organi tecnici, ed ancor di più, come è ovvio, i pareri, diversificati, degli esperti è circoscritto alla prospettazione di ipotesi, al suggerimento di misure, rimanendo in capo al decisore pubblico l’assunzione di provvedimenti cogenti, nel rispetto di procedure e di vincoli posti a presidio della preservazione di un sistema democratico pieno e vitale.

Ciò che deve ispirare il decisore pubblico, sulla base delle indicazioni degli organi tecnici, è l’obiettivo di ridurre il rischio sulla base di principi ragionevoli di adeguatezza e proporzionalità.

Alcuni esempi possono aiutare a comprendere.
E’ a tutti noto che la comunità scientifica ritenga assai dannoso per la salute umana il fumo, ma la misura adottata dal decisore politico è stata quella del divieto di fumo in luoghi pubblici e di campagne volte a limitarlo, non certo la definitiva proibizione (tanto più che la vendita è organizzata dal potere pubblico, che ne trae profitto).
Lo stesso vale per il rischio automobilistico, ridotto attraverso misure specifiche (obbligo di cinture, limite di velocità).
Ciò vale anche in ambito più propriamente medico-sanitario, con la previsione di misure volte alla massimizzazione igienica o, con riferimento al rischio inquinamento, attraverso l’indicazione di limiti massimi di emissione di sostanze ritenute nocive, o la predisposizione di specifici presidi di sicurezza per chi lavora in determinati contesti, o ancora, in ambito alimentare, attraverso sistemi di tracciabilità e sicurezza dei processi produttivi.
I dati certi – riconosciuti dalla comunità medico-scientifica e non messi in discussione – della malattia indotta dal virus Covid-19 sono ormai noti.
Nel 95% dei casi si traduce in un evento simil influenzale. Nei rimanenti casi assume pericolosità ove colpisca soggetti fragili, in età geriatrica, e con pregresse e gravi patologie, risultando irrilevanti dal punto di vista statistico – epidemiologico altri casi (in Italia il numero dei deceduti under 65 privi di patologie concorrenti è sotto l’1%).

Se la scienza non può fornire, sempre, certezze assolute, il diritto, in una democrazia compiuta, invece le esige. La certezza del diritto, della legge, e soprattutto dei modi legittimi attraverso i quali il potere interviene sulle libertà dei consociati, veri detentori e titolari della sovranità, costituisce condizione ineliminabile della democrazia.
Rimettere alla discrezionalità del potere la libertà dei cittadini consociati costituisce negazione dei fondamenti di una democrazia, ed in special modo di una democrazia liberale, nella quale il diritto del singolo non è comprimibile neppure – e soprattutto – per volontà di una maggioranza.
La Costituzione costituisce, in estrema sintesi, il patto su cui si fonda la nostra democrazia.
Le sue regole sono imposte prima di tutto a chi detiene il potere.
Rinvio alle compiute e poderose argomentazioni di Gaetano Silvestri, Presidente emerito della corte costituzionale, Sabino Cassese, Vicepresidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale.
Tutti e tre, insieme a tanti giuristi della più diversa estrazione, hanno evidenziato la sciatteria, assai pericolosa, di un governo che ha proceduto senza il rispetto delle procedure imposte dalla Costituzione della Repubblica, che avrebbero garantito la più corretta individuazione di adeguate sintesi tra il diritto alla salute e la tutela delle libertà fondamentali, sulla base del coinvolgimento dell’unico organismo rappresentativo della sovranità popolare, il Parlamento in rapporto virtuoso con il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e le autonomie territoriali.
Non solo le procedure fissate in costituzione sono state però eluse, ma anche i vincoli sostanziali posti a presidio della tenuta democratica del sistema sono risultati compromessi.
Si è invocato in queste lunghe settimane il diritto alla salute, previsto dalla nostra Costituzione, e la cui tutela avrebbe giustificato le misure adottate per via amministrativa, sulla base di una delega di poteri di dubbia legittimità, che hanno inciso tanto pesantemente su libertà essenziali (economiche, ma anche e prima di tutto esistenziali e personali: libertà di movimento, di circolazione, di riunione privata).
Il diritto alla salute – fissato dall’art. 32 della carta costituzionale, impone ai pubblici poteri di garantire la salute dei cittadini.
Dopo la dichiarazione dello stato d’emergenza il 31 gennaio 2020, e fino alla adozione, a decorrere dal 9 marzo 2020,  dei vari provvedimenti che hanno disposto lockdown e sospensione delle libertà della persona (si tratta di misure ovviamente diverse, che si sono cumulate), il Governo non ha provveduto a potenziare le strutture sanitarie, attraverso aumento dei posti in terapia intensiva, incremento del personale sanitario, dotazione di presidi di sicurezza ad ospedali e case di riposo per anziani, non ha attivato una adeguata campagna di informazione rivolta ai cittadini ed al sistema produttivo ed imprenditoriale, né ha proceduto alla ottimizzazione del sistema di medicina territoriale in modo da individuare possibili focolai o soggetti infetti, in modo da evirare l’espandersi di contagi.
Nulla di tutto ciò è avvenuto.
Il diritto alla salute pertanto non solo non è stato tutelato, ma è stato del tutto ignorato, come dimostrano le condotte omissive sia del Governo sia degli organi tecnici responsabili (ISS e CSS).
I successivi interventi – fuori tempo massimo – hanno cercato di riparare ai danni incalcolabili prodotti da inefficienza ed incapacità del sistema ad organizzare una risposta operativa (che si identificava sostanzialmente col potenziamento delle strutture sanitarie, data la non particolare gravità epidemiologica del virus, alla luce dei dati che sin dall’inizio emergevano).
La risposta individuata è quella che tutti conosciamo, e semplificabile col motto “tutti a casa”, con il corollario – ben noto –  di autocertificazioni, divieti, limitazioni.
Ma anche questa risposta, che come si è detto non è collegata alla tutela del diritto alla salute ma, in modo improprio, al principio di precauzione, risulta non adeguata e proporzionata, e per di più viziata da contraddittorietà interna, oltre che alla base illegittima.

In estrema sintesi.
Stante la grave ed irresponsabile – e mai ammessa espressamente –  condotta del Governo e delle autorità sanitarie prima del lockdown introdotto per via amministrativa il 9 marzo 2020, si sarebbe dovuto attuare un protocollo di riduzione del rischio, isolando le aree più compromesse, e azionare, sia pure tardivamente, le necessarie misure di adeguamento del sistema sanitario. Ed invece si è ritenuto non solo di disporre la chiusura di determinate attività, ritenute non essenziali, ma addirittura di sospendere le libertà minime, incomprimibili, delle quali ciascun cittadino è titolare, ed anzi secondo la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ciascun vivente umano che si trova nel territorio della Repubblica.
Tali fondamentali libertà non sono in alcun modo comprimibili, men che meno per via amministrativa, e men che meno senza predeterminazione di durata connessa ad un evento da cui far derivare la decadenza delle misure restrittive.
Ed è altrettanto evidente che tale evento non può esser fatto dipendere dagli orientamenti spesso contraddittori di organi tecnici ai quali – altro errore imperdonabile – si è delegata la comunicazione istituzionale, identificata con il potere di emanare editti vincolanti, con effetti tra il grottesco ed il tragico.
Ma tali misure risultano anche  irragionevoli e contraddittorie, e quindi non funzionali all’obbiettivo di riduzione del rischio , ove si pensi che è stato considerato rischioso uscire di casa da soli, e non rischioso andare a lavorare, per settimane, senza alcuna misura di sicurezza (penso a migliaia di operatori sanitari o di addetti ad attività economiche ritenute essenziali), o ancora è stato ritenuto rischioso riunirsi a casa propria con un paio di amici, e non rischiosa la situazione di nuclei familiari numerosi, con soggetti fragili, nei quali alcuni uscivano per andare a lavoro, e quindi esposti al contagio ed idonei a contagiare.
Tutto questo è frutto di una visione svilente – ed avvilente – propria di parte della società e della classe politica italiana, che ha bisogno di una cornice paternalista, di divieti, che escludano il ricorso al sano e vitale principio di responsabilità individuale.

Scriveva Thomas Jefferson alla fine del 1700 che “quando i cittadini hanno paura del governo, c’è tirannide. Quando il governo ha paura dei cittadini, c’è libertà”.
Più prosaicamente, un noto detto popolare recita che “La paura non è mai buona consigliera”.
Tanto più grave è risultata la condotta del governo nazionale, ove si pensi che poi è stata assunta a modello – ancora più illegittimo – da presidenti di regione e sindaci, ritenutisi investiti di poteri assoluti (nel senso di sottratti a qualsiasi controllo), con episodi degni della filmografia di Marco Ferreri, o forse – meglio – di Luciano Salce.
Un approccio coerente con i valori costituzionali avrebbe dovuto operare – a seguito dei gravi errori commessi per oltre un mese –  una graduazione delle misure da adottare, escludendo a priori qualsiasi sospensione (anzi, annullamento de facto) di diritti e libertà con provvedimenti al di fuori dalla cornice del patto costituzionale, tanto più gravi anche perché prefigurano una comunità di consociati irresponsabili, sulla base peraltro di indicazioni spesso confuse e contraddittorie.
La considerazione più amara però è che l’italiano medio ha accettato la sospensione delle libertà fondamentali con estrema docilità.
Né la paura – originata anche dalla insensata modalità comunicativa adottata dal Governo, confusa e contraddittoria, priva di ogni elemento di sobria serietà ed incapace di andare oltre il divieto autoritario – costituisce giustificazione, ed anzi ne è un’aggravante, dato che ha inibito qualsiasi esercizio critico e razionale sulla bontà e coerenza delle misure adottate.

In queste settimane il mio pensiero è andato, con rispetto devoto, ad un Maestro.
Piero Calamandrei nel discorso sulla Costituzione, nel 1955, scriveva “La libertà è come l’aria: ci si accorge quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai.”
I giovani che torneranno a scuola (a maggio, pare di no, a settembre, forse) si abbeverino a queste parole, coltivino la religione della libertà, sapendo che tutte le libertà sono parimenti preziose.

Gianfranco Passalacqua